venerdì 27 dicembre 2019





STELLA

Stasera nel cielo
c'è solo una stella ch'io vedo.
La luna riposa, lasciato ha
l'ancella scintilla di fuoco.
La valle, i lampioni ,le auto,
le strade percorse da brividi
d'oro a te guardano, cielo,
negli angoli bui, ma una stella
non basta, non basta!

Non basta una stella a far
luce nel cuore, se ombre
e conflitti, se brame e dolori
rispecchiano il freddo del cielo.

Non basta una stella,
non basta!
In un tempo passato
fatto tutto di giochi o,
più tardi, di suadenti parole,
stella, a te non guardavo
a cercare conforto: eri solo
ornamento del cielo, dolce aggiunta
ai fidenti abbandoni, all'atteso futuro.
Non basta una stella a far
luce nel cuore, se passato è quel tempo.
Eppur penso a chi nulla ha di proprio
se non la tua luce, sopra il freddo
selciatodi una strada deserta




















sabato 21 dicembre 2019


PRESEPE
Il giorno se ne andava, appena un po' più lungo di quelli precedenti. Era infatti dicembre, e ormai Natale.
Natale: che magica parola era stata per tanto tempo, nell'infanzia! Per anni i regali, i giochi coi cugini, le leccornie... non si poteva dire se fosse più bello girare per negozi e bancarelle, prima per mano a un genitore, più tardi da sola, orgogliosamente cresciuta, se fosse più bello scegliere il dono per un parente o un amico o cercarne uno per sé.
E il giro dei presepi, dove lo mettiamo? La città dove aveva passato l'infanzia era ricca di chiese, dunque di presepi. Quando la mamma (più che il papà) diceva: “Oggi pomeriggio andiamo a vedere i presepi”, la bambina sentiva un gioioso sfrigolìo nell'animo, e un misterioso senso di attesa. Le visite ai presepi che da adulta meglio ricordava erano avvenute tra i quattro e gli otto anni, e comunque prima del catechismo, della comunione e della cresima. Persisteva in lei per tutto il tragitto fino alla prima chiesa un senso di mistero, la percezione di andare a vedere l' immagine di qualcosa di avvincente, che non si rivelava negli altri giorni , ma solo in quello chiamato Natale.
La mano materna era stretta e dolce, a evitare i piccoli inciampi, i saltelli pericolosi tra le ampie pietre della città antica.
Poi si entrava. La chiesa era semibuia, un solo angolo ampio di luce accendeva il desiderio, e una leggera, inspiegabile paura: assai più tardi avrebbe saputo che ogni attesa ha in sé un'ombra di paura.
Le mani aggrappate al marmo della balaustra , il viso della mamma chinato e quasi incollato al suo, ne ascoltava la voce sussurrante che le indicava, le spiegava...
Vedi, quello è Gesù... vedi come è piccino nella mangiatoia! E guarda come è dolce il viso della sua mamma, Maria”.
Ma anche la Maria che abbiamo a casa...è anche lei la mamma di Gesù?...e il suo papà dov'è?...che barba lunga, sembra il nonno...quante pecorelle!...e Gesù non ha paura del bue?”.
Quante domande,a volte buffe,faceva la bambina e la mamma cercava di trovare una spiegazione per tutto.
Alla fine, davanti all'ultimo presepe visitato, il più bello tenuto per ultimo, vinceva la stanchezza: la mamma non diceva più niente, la bambina si abbandonava alla visione.
Tornava a casa silenziosa, stupita ,affascinata, convinta di aver assistito a una grande fiaba, incomprensibile e dolce, che andava dentro il suo essere, ma dove non capiva.
Per fortuna, gli interrogativi inquietanti erano ancora molto, molto lontani.
La bambina cresciuta, che non crede di vedere dentro un presepe una fiaba, mantiene tuttavia quello stupore, e quell'incanto. E si domanda se in qualche angolo del tempo “liquido” in cui vive stupore e incanto vivano ancora.
Tutto il mondo intorno pare negarlo. Forse, però, chissà...
GdL